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Facilitazione e Comunicazione
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FACILITAZIONE E COMUNICAZIONE
(F. Benassi)

Evoluzione del metodo
Il metodo denominato Comunicazione Facilitata viene messo a punto alla fine degli anni ’80 da Rosemary Crossley in Australia.
La Crossley da tempo cercava di sviluppare metodologie (vedi Comunicazione Aumentativa) che potessero ampliare le possibilità di comunicazione dei pazienti del suo centro affetti da molteplici patologie neuromotorie.
Lavorando con i suoi pazienti si accorge che, se sottoposte a training, tali persone potevano rispondere ad alcune richieste (utilizzando ad esempio il gesto indicativo) in modo corretto e superiore alle aspettative, dato il profilo di sviluppo che evidenzia un marcato ritardo mentale. Tale esecuzione veniva facilitata dall’operatore contrastando o trattenendo il movimento spontaneo della persona eseguito con il braccio.
Questa esperienza pone alcuni interrogativi: la persona comprende più di quanto può lasciare intendere all’osservatore perché ha un difetto nell’esecuzione dell’atto motorio che non riguarda gli organi effettuali, ma la programmazione dell’atto stesso? Perché la persona è facilitata nell’esecuzione se viene “trattenuta”? Quanto e come queste persone hanno sviluppato sistemi di apprendimento propri? Con quale strumento valuteremo lo sviluppo cognitivo delle persone che presentano tali caratteristiche?

ESTENSIONE DELL’ESPERIENZA SULLA FACILITAZIONE
Dall’esperienza australiana del Deal Istitut di Melbourne il metodo viene sperimentato dal Prof. Biklen della Syracuse University di New York che si occupa degli approcci educativi per disabili mentali ed in particolare per persone autistiche.
Il Prof. Bliklen trova corrispondenze tra i risultati ottenuti dalla Crossley ed i propri.
Evidentemente anche le persone diagnosticate autistiche a basso funzionamento, presentano un disturbo neuromotorio in ambito prassico, nelle diverse componenti che permettono uno sviluppo efficiente del sistema.

L’APPRENDIMENTO DELL’ATTO MOTORIO VOLONTARIO
L’apprendimento di un atto motorio richiede un controllo attivo e consapevole, un dispendio di energie attentive che ne permettono l’adattabilità in relazione agli imprevisti o alle modifiche necessarie all’atto stesso per giungere a buon fine. L’apprendimento di un atto motorio volontario necessita di tempi di elaborazione, programmazione e controllo sull’aspetto esecutivo appare così all’osservatore esterno sequenziale e veloce, è un movimento abile.
La persona che ha adattato la propria competenza motoria all’ambiente può in qualunque momento riprogrammare il proprio comportamento e i propri gesti in funzione di uno scopo. Nelle persone di cui ci stiamo occupando rileviamo spesso una dissociazione tra il sistema automatico e quello volontario, un’incapacità a compiere un atto su richiesta.
Per questa mancata risposta tali persone si ritengono talvolta impossibilitate a sviluppare abilità superiori. L’inabilità è non riuscire per diversi motivi a compiere un atto coincidente con la propria volontà, come se proprio non sapesse come o cosa fare. Può capitare di osservare pochi minuti dopo quello stesso movimento realizzato in un altro contesto, inserito magari in uno schema molto più complesso, appreso, ma evidentemente non riadattabile.

PRESUPPOSTI DEL METODO
Tali esperienze evidenziano il fatto che molte delle persone considerate a basso funzionamento e con ritardo mentale comprendono più di quanto possano lasciare intendere all’osservatore per un difetto nell’esecuzione dell’atto motorio che non riguarda gli organi effettuali ma la programmazione dell’atto stesso che necessita, per essere efficace, di una sinergia di sistemi cognitivi e motori.
Esistono sistemi di apprendimento non consueti che emergono in coloro che non si sviluppano avvalendosi di una corretta esperienza prussica.
Lo sviluppo del processo prassico può essere attivato, pur ottenendo diversi risultati, non solo in età evolutiva.

A CHI E’ RIVOLTO IL METODO?
Il training di facilitazione risulta utile a tutti coloro che presentano un anormale sviluppo prassico, con un’assenza di linguaggio verbale o con un linguaggio non comunicativo o non attendibile.
La C.F. è una modalità alternativa di comunicazione resa possibile da una riabilitazione dell’atto motorio volontario. E’ una comunicazione che deve tendere il più possibile a reinserire il soggetto nella collettività con una crescente autonomia.

IL METODO, GLI OBIETTIVI
Il fatto che il metodo si concentri prioritariamente sullo scambio comunicativo nasce dalla necessità di entrare rapidamente in relazione con persone che hanno l’impellente bisogno di comunicare. L’avvio alla comunicazione non è spesso immediato ma parallelamente ad un esercizio che tenda a fornire gli strumenti operativi utili e una costante pratica di scambio con l’altro, in non molto tempo assistiamo ad una crescente capacità di comunicare. Non ci è mai capitato, inoltre, di osservare una riduzione dei tentativi di utilizzare il linguaggio verbale da coloro che comunicano con la facilitazione, al contrario osserviamo un aumento del repertorio di suoni, parole o frasi. In taluni casi una diminuzione è comparsa in un periodo circoscritto a cui è seguita una fase di sviluppo di un linguaggio verbale più contestuale e ricco.
Con la facilitazione riavviamo un processo interrotto o mai iniziato: l’utilizzo dell’indicazione come prima esperienza di movimento finalizzato di una propria parte del corpo nel mondo circostante. Tale movimento produce un cambiamento ed una risposta in funzione di una necessità inizialmente e di una comunicazione del proprio pensiero in seguito.
L’essere umano nell’ambiente agisce e il suo comportamento è quell’insieme di azioni apprese attraverso un processo adattivo di tipo evolutivo.
Ogni nostro atto, anche il più semplice, necessita di una sinergia tra diverse funzioni. Ciò che noi osserviamo dall’esterno è semplicemente il risultato finale di molte operazioni mentali.
Lo stesso movimento di indicazione contiene importanti modificazioni all’interno della catena cinetica dell’arto e della mano in funzione di uno scopo differente: suonare un campanello o esplorare una superficie.
I soggetti a cui ci rivolgiamo hanno scopi, intenzioni, che non riescono ad estrinsecarsi attraverso l’atto motorio. Questa disabilità perpetrata nel tempo diviene una impossibilità a compiere atti finalizzati alla propria intenzione e si struttura un comportamento motorio difficilmente intelligibile.

Il facilitatore lavorando o comunicando avrà cura di attivare nella persona la sinergia tra le diverse componenti necessarie a sviluppare un’azione che giunga a buon fine:

  • contesto ambientale significativo
  • input significativo
  • decodifica dell’input
  • intenzione comunicativa
  • rappresentazione dell’azione
  • programmazione dell’output
  • avvio del programma
  • feedback dell’azione
  • eventuale modifica del programma di esecuzione
  • raggiungimento dello scopo
  • verifica dell’efficacia dell’azione seguita
  • selezione del programma efficace

Ciò permette di sviluppare una progressiva abilità a compiere azioni autogenerate, prodotte intenzionalmente attraverso un processo cognitivo ed una padronanza del proprio corpo.
La facilitazione minima necessaria alla persona per compiere atti coincidenti con il proprio pensiero deve ridursi nel tempo fino a scomparire. Tale supporto, per velocizzare il processo di crescita, deve essere fornito da un gruppo crescente di persone ed in particolare da chi di consueto entra in relazione con il facilitato (genitori, insegnanti, assistenti, riabilitatori).
In Italia la formazione, la supervisione e la raccolta dati relativa all’utilizzo del metodo è affidata al Centro Studi sulla C.F.
I facilitatori, siano essi in ambito sanitario sociale o educativo devono essere formati ed aiutati da un supervisore che si fa garante della corretta applicazione del metodo.

Centro Studi C.N.A.P.P.
Via Boldetti 12 ROMA
Tel.06/8602909

 

 



 

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